Nei giorni che hanno preceduto la manifestazione qualche frullo di vento ha portato le voci dissenzienti di chi rifiuta, comunque, qualsiasi pratica venatoria e di pesca.
Una ventina di e-mail (in tutto) ha tentato di disturbare le nostre comunicazioni informatiche, ripetendo lo stesso messaggio, che in sintesi è: l'uomo non può arrogarsi diritti di una presunta superiorità, né quello di essere il governatore del pianeta, sostituendosi, in questo a Dio.
Noi di "RADICI" non snobbiamo queste forme di protesta e non bolliamo con un sorriso di sufficienza le sensibilità che sono dietro quei pensieri.
Anzi, le rispettiamo.
Non a caso abbiamo chiamato la manifestazione "Civiltà della Caccia, della Pesca e della Raccolta", perché di civiltà si tratta, civiltà dell'uomo, che è messo davanti alle sue responsabilità.
Non nascondiamoci dietro a un dito.
Giusto o sbagliato, abbiamo manipolato a tal punto l'ambiente che non possiamo più sottrarci al dovere di governarlo (che poi è anche un diritto, fino a prova contraria, se praticato con civiltà, appunto).
RADICI - Civiltà della Caccia, della Pesca e della Raccolta è un mezzo di comunicazione, uno spazio per le mille voci di chi vive la passione per la natura.
E noi, che da oltre un anno viviamo accanto a cacciatori, pescatori, tartufai, micologi, cinofili, falconieri e arcieri sappiamo quanto possono essere diversificate, per non dire divergenti, le loro voci.
Tutti a "RADICI" hanno avuto uno spazio, quando lo hanno voluto, e tutti lo potranno avere, anche gli irriducibili dissenzienti, se lo vorranno e se lo sapranno usare con ... civiltà.
Caccia, pesca e raccolta sono alle radici della prima economia delle società umane, prima che la scoperta dell'agricoltura e dell'allevamento consentissero il formarsi di comunità stanziali, gettando le basi dello sviluppo che oggi tutti conosciamo e del quale siamo figli.
Quanto importanti fossero queste iniziali forme di sostentamento, soprattutto la caccia, è documentato anche dalle più antiche forme di arte figurativa, come le celebri pitture rupestri preistoriche, che narrano con tratti fortemente espressionistici l'essenza delle battute di caccia, che richiedono coraggio, spirito di sacrificio, progettualità, gioco di squadra, empatia con la natura.
L'evolvere della civiltà nelle forme di vita urbanizzata, consentita dall'agricoltura e dall'allevamento, non ha mai eliminato del tutto questa pratica tradizionale dell'uomo, che è incisa nel suo DNA e che forgia il suo essere cacciatore e raccoglitore.
Non più fonti primarie di sostentamento, caccia, pesca e raccolta sono divenute attività sociali, sportive, di svago, ovviamente per chi poteva permetterselo. Dal mondo antico al Rinascimento sono stati giochi per principi e sovrani, spesso immortalati dall'arte di corte, come testimoniano le scene di caccia dei rilievi assiri o delle pitture egizie. E se nella Roma del primo impero Nerone ospitava leoni in libertà nel parco privato della sua Domus Aurea, l'età di mezzo ha visto affinarsi tecniche di caccia ancora oggi presenti nelle tradizioni venatorie, come quella con il falco, piena di cupo fascino.
Nel bene e nel male la caccia, la pesca e la raccolta (dei funghi, dei frutti spontanei di boschi e selve, dei tartufi, delle erbe aromatiche e di quelle medicinali) appartengono alla civiltà dell'uomo, in tutte le sue varianti, perché appartengono alle sue radici.
In una società come quella di oggi, che corre sempre più veloce verso un futuro in accelerata evoluzione, l'uomo, ogni uomo, ha bisogno di ritrovare nelle proprie radici quei fondamenti di un'identità che rischia di essere appiattita, schiacciata dall'esasperazione tecnologica e dal correre eccessivo in ambienti urbanizzati e artificiali.
Partecipare a una battuta di caccia, vivere una giornata a pescare in riva a un torrente, trascorrere alcune ore in paziente esplorazione dei boschi è un modo per rallentare la corsa frenetica e recuperare, con l'ascolto, con la paziente attesa, la relazione empatica con la natura, questo sì concreto elemento fondante della nostra identità di essere vivente, “primus inter pares” nella comunità naturale.
Ma proprio perché dell'intera comunità vivente siamo fratelli, proprio perché la selvaggina, i pesci e i frutti della terra di prestano al sacrificio nei nostri confronti, di tutto questo mondo dobbiamo reimparare ad avere rispetto, conoscendolo e governandolo come il potere che ci siamo presi ci impone.
Le discipline della caccia, della pesca e della raccolta oggi ci permettono di recuperare una relazione con l'ambiente che è fondamentale per continuare a svilupparci e a prosperare; la nostra civiltà ha raggiunto uno stadio di sviluppo che consente a fasce sempre più ampie di popolazione l'accesso a queste discipline, ormai non più elitarie.
E' l'occasione per stringere un'alleanza più solida e più etica con il mondo che ci circonda, per abbracciare con decisione la civiltà dello sviluppo nella conservazione controllata dell'ambiente, che è poi la missione (e il dovere) di chi è “primus inter pares”, non dimentico delle sue radici.




























